Inflazione e risparmio gestito
di Lorenzo Gussoni
Buona parte dei profitti nel settore del risparmio gestito deriva da
una semplice omissione. Si omette di spiegare ai risparmiatori la
differenza tra valore reale e valore nominale.
Il concetto, anche se così non sembra, è molto semplice.
Con mille euro oggi posso acquistare piu' beni di quanti ne potrò
comprare con la stessa cifra tra dieci, venti o trent’anni. Ciò è
dovuto all’inflazione che riduce il potere d’acquisto del denaro. Come
vedete il concetto è elementare, al limite del banale. La perdita del
potere d’acquisto, quindi del valore reale, è una variabile che tutti
gli economisti tengono in considerazione. Proprio per questo i valori
storici vengono attualizzati, in modo da renderli sensati.
Passiamo dalla teoria alla pratica. Perché questo influenza in modo significativo la vita di milioni d'italiani?
Come dicevamo all’inizio, l’industria del risparmio gestito omette di
far presente questo ai propri clienti. In tal modo è possibile vendere,
ad esempio, i prodotti a capitale garantito. In quanto il valore di cui
si parla è quello nominale, non quello reale. Alla scadenza del
contratto il risparmiatore riceverà la stessa cifra versata cinque anni
prima, con la differenza che il potere di acquisto attuale è stato
eroso da cinque anni d'inflazione. Il risparmiatore riceverà un
capitale con un valore reale inferiore a quanto versato.
Evidentemente risulta più semplice vendere un prodotto motivando
l'acquisto con la garanzia del capitale investito. Vendere lo stesso
prodotto presentandolo semplicemente come qualcosa che blocca il
capitale per vari anni ed a scadenza concede un interesse nominale pari
a zero sarebbe molto arduo. La vendita diventerebbe, poi, quasi utopica
se lo stesso prodotto fosse presentato come qualcosa che blocca il tuo
capitale per vari anni, dandoti a scadenza, se le cose non vanno come
si spera, un interesse reale negativo.
Il medesimo sistema viene utilizzato per le polizze vita ed i piani di
accumulo. Si prospettano rendimenti a vent'anni, senza far notare al
cliente che il potere di acquisto reale di quella cifra sarà eroso da
venti anni di inflazione.
Questo problema coinvolge direttamente (e particolarmente) il nascente settore della previdenza integrativa privata.
Sarebbe più corretto dire: tocca direttamente i risparmiatori che
si affideranno alla previdenza privata, giacché il settore in questione
sta brillantemente evitando il problema, non inserendo nei contratti
alcun accenno al mantenimento del valore reale della rendita
pensionistica.
Il problema riguardante il mantenimento del potere d'acquisto è
stato considerato e risolto dal legislatore per il Trattamento di Fine
Rapporto (TFR). Tale capitale deve essere rivalutato dalle imprese con
tasso costituito dall'1,5% in misura fissa e dal 75% dell'aumento
dell'indice dei prezzi al consumo. Una rivalutazione di questo tipo è
stata considerata "improponibile" dalle compagnie assicuratrici, le
quali si sono rifiutate di applicarla ai loro fondi pensione.
E’ evidente che se un'ondata inflativa si abbattesse sull’Europa,
circostanza poco probabile, ma certamente non impossibile, il potere
d’acquisto delle pensioni private crollerebbe. Non occorre del resto
formulare ipotesi apocalittiche. E' sufficiente un'inflazione del 3.4%
annua per dimezzare nel giro di vent’anni il valore reale di una
rendita non rivalutata all’inflazione.
Questo è sicuramente un problema sul quale gli organismi preposti devono concentrare la loro attenzione.
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